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L’Apocalisse delle periferie
COMMENTO – FRANCO CARDINI il manifesto 09 07

«Dov’è tuo fratello?». È la domanda severa, terribile, che il Signore rivolge nel Genesi a Caino: il quale risponde con qualcosa di peggio di un’ammissione, magari arrogante, del fratricidio. «Sono forse io il guardiano di mio fratello?». Sono io il responsabile del suo diritto alla vita?
Quest’uomo mite vestito di bianco, questo compìto argentino d’origine piemontese, ha dato una risposta che mozza il fiato. L’ha data ieri, 8 luglio 2013, esattamente in quelle stesse acque che ventisei mesi or sono, l’8 maggio del 2011, assisterono allo spettacolo tremendo del naufragio di un barcone di poveracci molti dei quali trovarono la morte. Ieri, arrivando a Lampedusa, il papa ha gettato dei fiori in quelle acque; poco prima del battello le lo conduceva nell’isola «Porta d’Europa», era arrivata un’altra imbarcazione di profughi. Un’umanità dolente, di gente sfuggita alla guerra, alla tirannia, alla violenza, alla fame; di gente che per arrivare ha dovuto sopportare un’altra volta la durezza delle condizioni poste da un’altra umanità, quella degli eterni figli di caino, i mercanti di carne umana che per danaro fanno il turpe mestiere dei traghettatori clandestini, tanto vicino a quello del negriero di qualche secolo fa. Perché bisogna viverla, la storia appena cominciata del XXI secolo, per convincerci che forme di barbarie che credevamo definitivamente superate e cancellate sono tornate per un malvagio incantesimo a rivivere.
Mesi fa, papa Francesco ci stupì con alcuni gesti che tuttavia scandalizzarono qualcuno e lasciarono nel dubbio qualcun altro. La Chiesa deve tornare povera e al servizio dei poveri, disse: e scelse di mutare dall’oro all’argento il metallo dell’Anello del pescatore, simbolo del suo ruolo di successore di un ebreo che duemila anni fa pescava per vivere, sul lago di Galilea. Dove vuole arrivare?, si chiesero i soliti sostenitori della Chiesa a qualunque costo, purché al Chiesa si faccia o si mantenga paladina dell’ordine costituito. Sono gesti, sono parole, ribatterono quelli che sognano il tutto-e-subito: vedrete che al teatrino dei simboli non terrà dietro nulla di concreto o quasi.
Ma ieri papa Francesco è arrivato all’isola ch’è Porta d’Europa scegliendo quelli che sono sul serio gli «ultimi» come oggetto primario e privilegiato della sua visita; e, insieme con loro, gli abitanti di Lampedusa che da mese, nella semindifferenza generale del nostro paese e della Comunità Europea, si fanno in quattro pagando di persona con le loro povere tasche – anch’esse, in gran parte, di pescatori – il peso di un’ospitalità che, in poche spanne di terra, è divenuta un’attività travolgente e totalizzante. La carità, la solidarietà, hanno letteralmente sconvolto la vita di questi isolani: e non pare che politici, amministratori, manovratori dei media, se ne siano accorti più di tanto. In fondo, un omicidio – meglio se efferato – «fa notizia»: qualche centinaio di poveracci che danno fondo alle loro risorse e accettano che la loro esistenza stessa sia sconvolta per aiutare altri più poveracci di loro, questo «non fa notizia».
La profezia di Malachia – un testo strano e forse del tutto inattendibile: sia chiaro – ha dato papa Francesco come l’ultimo dei pontefici: quello dopo il quale ci sarà la fine di Roma e del mondo. Profetismo medievale: in fondo, un genere letterario. Ma il fatto è che papa Bergoglio sta compiendo gesti e scelte che a loro volta hanno un sapore apocalittico: come se ci stesse dicendo – e sta dicendocelo – che l’umanità del nostro tempo è andata troppo oltre in termini di ingiustizia, di rapacità, di violenza, d’indifferenza per i più deboli, com’è andata troppo oltre in termini di concentrazione della ricchezza e di sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta.
Domenica 6, in Vaticano, il papa dichiarava letteralmente: «La gente oggi ha bisogno costante di parole; ma soprattutto ha bisogno che sia testimoniata la misericordia di Dio». Un pensiero sistematicamente tradotto, all’Angelus, in un motto: «Gioia e coraggio».
Ed eccoli tradotti nei fatti, la gioia e il coraggio. La scena è quasi la stessa di duemila anni fa, quando le folle sulle rive del Mare di Galilea videro scendere da una barca uno venuto per sfamarli, per guarirli, per confortarli. Colui che porta l’Anello del Pescatore è giunto di nuovo dal mare in quest’isola di pescatori e ha compiuto – lui, l’uomo forse più celebre e sotto certi aspetti più potente della terra – quello che legioni di tangheri politicastri si sono in tutti questi mesi ben guardati dal fare. È sceso tra i bisognosi, li ha ascoltati, ha letteralmente pianto con loro: ha dichiarato che se loro, i rifugiati, sono la stirpe di Abele, noialtri che in un modo o nell’altro facciamo parte della società opulenta e privilegiata siamo la maledetta razza di Caino. Una razza che non ha nemmeno il coraggio di ammazzare con le proprie mani: che uccide con l’indifferenza.
E allora, quelle barche troppo spesso naufragate, quei vascelli assassini, eccoli a loro volta diventare strumento di redenzione. Il legno di quelle barche si è fatto fisicamente altare, trono, pulpito, croce pastorale, calice eucaristico. Tutta la liturgia della messa pontificia si è svolta all’insegna di quei pezzi di legno relitti di naufragi: perché a quel legno il Cristo, nella persona degli Ultimi della Terra, è stato crocifisso di nuovo. Ed è di questo che Bergoglio ha chiesto perdono a loro, a nome di tutti noi.
E non saranno più, non potranno più essere solo parole. Questo papa che ha commissariato lo Ior, che ha lasciato arrestare un prelato-manager, che ha imposto austerità se non proprio povertà a tutta la curia, dopo aver visitato ieri la periferia delle periferie del mondo, tra qualche settimana incontrerà i giovani nel suo continente latinoamericano: un altro continente-martire, al pari dell’Africa. Un paese dove la Chiesa cattolica è attualmente messa a dura prova dall’offensiva delle sètte finanziate dai centri di propaganda statunitense: le stesse che si fanno finanziare dalla United Fruits e dai gorilas protetti dalla Cia (un nome per tutti: Rios Montt in Guatemala) e poi convertono i campesinos per insegnar loro la sottomissione che fa il gioco dei padroni. Contro questo infame gioco, che in fondo dura da secoli, Bartolomé de las Casas insorse nel Cinquecento, seguito qualche decennio più tardi dai gesuiti (anche Bergoglio è gesuita) delle reducciones e, nel nostro secolo, da preti-martiri come padre Stanley Rother fatto ammazzare nel 1981 dalla Cia proprio in Guatemala. Già Giovanni Paolo II, planato in America latina nel 1979 per bacchettarvi la Teologia della Liberazione, vi tornò anni dopo con un atteggiamento del tutto nuovo. Papa Francesco proseguirà su questa linea, e forse griderà ai giovani ancora una volta «Gioia e Coraggio». Abbiamo bisogno di entrambe queste cose.

A fuoco, in silenzio. Ignorati da tutti

Flore Murard-Yovanovitch | 7 maggio 2013 |

 

Una notizia che farà poco scalpore. Perché ormai ci siamo assuefatti alla disperazione degli altri, alla violazione dei diritti degli altri. Degli altri. Anche quando si cospargono di benzina e gridano di dolore. Dopo il ragazzo di 19 anni della Costa D’Avorio, che si era dato fuoco al Terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino il 15 febbraio scorso, un cittadino marocchino ieri ha fatto a Rimini, lo stesso gesto. Cosparso di benzina in un grido silenzioso, che non raggiungerà l’ufficio immigrazione. Province, aeroporti, tunnel d’Italia. Rivolte, sempre per questioni legate ai documenti, alla burocrazia, all’ingiustizia, alla non integrazione, al renderli non persone. Oggetti da rispedire. Il richiedente asilo negato, per evitare l’espulsione. Questo cittadino marocchino, perché la Questura non gli ha rinnovato il permesso di soggiorno, che significa probabile rimpatrio, dopo aver vissuto anni in Italia e aver di recente perso il lavoro. Entrambi contro l’espulsione.

Mi ricorda un altro caso diverso, l’indiano Navtej Singh Sidhu, che ragazzi avevano cosparso di benzina, su una panchina della stazione di Nettuno mentre dormiva. Là era aggressione a sfondo razziale.

Una burocrazia razzista

Nel nostro Paese gli immigrati vanno a fuoco, in silenzio, nell’anestesia generale. O si distruggono di birra e di annullamento, come a Roma, a piazza Vittorio – ormai centro di accoglienza a cielo aperto senza l’accoglienza; dove li incontri, stravolti, svuotati, degradati, distrutti. Resi corpi. Da una burocrazia razzista che non li vuole e viola Costituzione e convenzioni internazionali.

Nessun grida, qua, le fiamme non sono quelle del venditore di arance di Sidi Bou Said, Mohammed Bouazizi che, con suo gesto, aveva fatto “divampare” la rivoluzione araba.

Qua sono ricoperte dalle cenere dell’indifferenza che solo uccide dentro.

Ci vuole una ribellione migrante.

Le Associazioni del Quartiere Mazzafame

in occasione della

GIORNATA DELLA DONNA
organizzano

SABATO 9 MARZO
nell’area della Casa del Volontariato (Via dei Salici, 9 a Legnano)

un’occasione di interscambio culturale tra diverse nazionalità

Dalle 14.30:
 Banchetti con piatti tipici di diverse nazioni
 Riflessione a ruota libera sul tema
 Animazione musicale dal vivo con percussionisti
 Intervento dell’Associazione “Ipazia” con letture

A seguire: Premiazione del piatto più squisito!

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