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Romeo, 6 anni, vuole tornare a scuola

Pubblicato: 25 febbraio 2010 in nomadi, scuola

Milano, 24/02/2010

Romeo, 6 anni, vuole tornare a scuola

di Silvia Borsani

Pubblichiamo
questa lettera scritta da una maestra milanese, Silvia Borsani,
presente all’ennesimo sgombero di famiglie rom. Oggi
sono state cacciate dal quartiere Bovisa

Sono
un’insegnante di scuola elementare, lavoro nel quartiere Bovisa, nella
prima periferia milanese. Il quartiere è vivace e multietnico e la mia
classe, una prima, ne rispecchia le caratteristiche. A gennaio si è
aggiunto a noi un nuovo bambino, Romeo.

Romeo è un bambino
Rom, nei suoi sei anni di vita ha vissuto varie volte l’esperienza
dello sgombero. È giunto nella nostra scuola dopo essere stato
allontanato dal Rubattino ed aver interrotto la sua frequenza
scolastica alle elementari di via Feltre. Avvisata del suo arrivo ho
contattato la sua maestra, che conosco personalmente per aver lavorato
tre anni in quella scuola. Ho recuperato i suoi libri e i suoi quaderni
e glieli ho fatti trovare sul banco quando è arrivato nella sua nuova
classe, in via Guicciardi. Per due settimane ha frequentato la scuola,
arrivando sempre puntuale e motivato. In pochi giorni ha conquistato
tutti noi con la sua allegria ed il suo affetto, anche la famiglia è
sempre stata disponibile e rispettosa.

Un giovedì mattina,
appena entrata in aula, sono stata letteralmente trascinata in
corridoio da Romeo che, parecchio preoccupato, continuava a ripetermi
«polizia, sgombero». Speravo che si trattasse di un fraintendimento e
invece era tutto vero: il lunedì successivo lui, un’altra bambina che
frequentava la quarta e le loro famiglie sono stati sgomberati dal
capannone in cui vivevano. Ho avuto notizie di loro tramite gli
operatori che da anni li seguono: per qualche notte sono stati ospitati
in un centro di accoglienza, si è parlato di un possibile rientro a
scuola… invece ho saputo che saranno a breve sgomberati dal luogo in
cui hanno trovato riparo, in fondo a via Bovisasca. E tutto questo a
distanza di poche settimane dal precedente sgombero.

Non ho
parole. Non posso continuare a sentir parlare di ‘emergenza Rom se non
pensando che l’emergenza è il degrado in cui costringiamo a vivere
queste famiglie. Per me la vera emergenza ha il volto di un bambino di
sei anni che – me l’hanno raccontato pochi giorni fa non vede l’ora
di tornare a scuola e non può farlo.

È facile continuare a
vendere la storiella dei Rom che non rispettano le regole e non
vogliono integrarsi, limitandosi a ragionare per stereotipi. Nemmeno io
mi sento immune dai pregiudizi, ma posso semplicemente raccontare
quello che ho visto: una famiglia continuamente cacciata nonostante la
sua evidente volontà di iniziare un percorso nuovo, un bambino a cui
sono negati dei diritti fondamentali [la casa, l’istruzione], un
percorso scolastico e affettivo continuamente interrotto. E dietro la
storia di una singola famiglia intravedo quella di troppe altre,
colpite da un accanimento che odora di persecuzione.

La
roboante retorica securitaria potrà nascondere ancora a lungo il totale
fallimento di queste scelte politiche nonché l’immane spreco di denaro
pubblico che ne deriva? Possibile che le cifre spese per sgomberare in
continuazione le solite famiglie non possano essere investite per seri
progetti di integrazione sociale? Possibile che la volontà di una
famiglia di mandare con costanza il proprio figlio a scuola sia un dato
da non prendere minimamente in considerazione in sede istituzionale?

Leggo
sui giornali di volontari, insegnanti e famiglie che si attivano per
aiutare, protestare, informare: in città le voci di dissenso si stanno
allargando a macchia d’olio, ora è il momento che anche dal Comune di
Milano arrivino segnali forti di un cambiamento di rotta.

Romeo,
quaderni e pennarelli sono sotto il tuo banco e la foto del tuo primo
giorno nella nuova scuola è ancora sulla porta dell’aula. Ti
aspettiamo, torna presto a imparare, giocare, fare amicizia con i tuoi
compagni. A sei anni ci sono parole più belle da ripetere di «sgombero».

da “retescuola”